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“Vorrei che il pubblico danzasse con noi”. Sieni apre la stagione all’Astra

Preghiera Sieni

“Vorrei che il pubblico danzasse con noi”. Sieni apre la stagione all’Astra

Su La Stampa di oggi, 3 novembre 2026

 

«La danza in sé non fa cessare le guerre ma, se tutte le persone praticassero il gesto come momento di sospensione, imparerebbero questa preziosa forma di ascolto. La danza ci mette a contatto con l’altro, le cose, la luce, lo spazio, quel che è estraneo in noi. Chi pratica il movimento difficilmente è guerrafondaio. Ci sono due livelli: il praticare e il saper osservare. Ecco, io vorrei che il pubblico danzasse con noi». A parlare è Virgilio Sieni, coreografo e danzatore che fonda la sua ricerca su ascolto, partecipazione e comunità. La sua nuova creazione “Preghiera/Tempi di guerra” debutta in prima assoluta stasera alle 20 al teatro Astra (via Rosolino Pilo 6), aprendo la stagione Tpe 2026/27 intitolata “Guerra”. È una coproduzione di CanGo, Centro di rilevante interesse per la danza insieme a Tpe – Teatro Piemonte Europa e Fondazione teatro della Toscana.

Il dopo spettacolo con la psicanalista
Dopo lo spettacolo, Sieni introduce l’incontro con la psicanalista Gabriella Ripa Di Meana, autrice di “Tempi di guerra – Un altro ascolto” (Astrolabio, 2024) che ha collaborato alla drammaturgia. Un’opera che nasce dall’urgenza di riflettere sul presente, in cui la danza diventa uno strumento di resistenza poetica e civile. Resta in scena fino a domenica 8 novembre (mercoledì 4 e sabato 7 alle 19, giovedì 5 alle 20, venerdì 7 alle 21 e domenica 8 alle 17).

La preghiera come «ascolto meditante attraverso il gesto»
«La preghiera – racconta Sieni – è intesa come ascolto meditante attraverso il gesto, elemento simbolico che, per sua natura, ha la capacità di uscire dalla massificazione e trasportarci in una dimensione di ascolto. È sacra perché ci porta fuori dagli elementi abitudinari in spazi dove l’anima trova altre dimore, è la formalizzazione di riti nell’incontro con l’improvvisazione, l’altro, l’estraneo, lo straniero».

Gli scatti di guerra del fotoreporter Paolo Pellegrin
I danzatori e le danzatrici sono guidati verso una nuova modalità di vivere il corpo, trasformando l’azione scenica in atto di cura e consapevolezza profonda. Punto di partenza sono 11 scatti di guerra del fotoreporter Paolo Pellegrin da cui prendono vita 11 danze, dall’assolo al sestetto. «I danzatori – prosegue Sieni – sono in bilico fra quel che sanno e quel che non sanno e accolgono i gesti degli altri nel sostegno e nell’aiuto. Il corpo è sempre politico anche a sua insaputa. In questo caso, annuncia elementi determinanti per la sua liberazione e per esprimere il concetto di democrazia. Ha le sue strategie: trasmettere un gesto o snodare le articolazioni sono elementi tecnici ma anche spirituali di cura e insegnamento».

Imparare ad accogliere chi è straniero o diverso
Riconoscere l’“intruso”, quel che di noi non conosciamo e magari non ci piace è una pratica fondamentale per imparare ad accogliere chi è straniero, diverso, ha una disabilità. «Lavorare con l’intruso – dice Sieni – significa elaborare ogni giorno parti di noi che non ci appartengono ma ci vengono date. Chi danza compie un atto di disponibilità primario, elabora tecniche, forgia un suo stile e si impegna a partecipare, non solo a copiare». La danza diventa tatto, tocco che esplora la natura delle cose, disciplina dell’attenzione, apertura alla collettività, alleanza.

Conclude Sieni: «I nostri politici dovrebbero imparare dal corpo: la partecipazione di tutte le parti, anche quelle infinitesimali, determina il funzionamento di quelle grandi. Le parti piccole possono esplodere in qualcosa di più ampio mentre le grandi masse si irrigidiscono troppo velocemente».