Quegli intrecci di acciaio e di storie che soltanto i porti possono narrare
Anastasia Samoylova a Torino alle Gallerie d’Italia. La mostra realizzata per Intesa Sanpaolo
Su La Stampa, 22 ottobre 2026
“La fotografia è un medium speciale, democratico, adatto a letture diverse. È l’unico mezzo che allo stesso tempo riesce ad essere forma d’arte e documentazione. Suggerisco di guardare le foto rallentando. Mi piacerebbe che le persone cogliessero la complessità della realtà. Le mie sono immagini poetiche e aperte, non sono didascaliche e non raccontano una storia. Spero siano più intelligenti di cosa cerco di trasmettere”.
Anastasia Samoylova racconta così la mostra “Anastasia Samoylova. Harbor” da oggi al 7 febbraio 2027 alle Gallerie d’Italia – Torino. È la prima personale in Italia dell’artista russo-americana che vive a Miami, realizzata su committenza originale di Intesa Sanpaolo e curata da Emanuela Mazzonis di Pralafera. Attraverso oltre sessanta fotografie, la fotografa racconta l’anima di sette città portuali europee: Genova, Venezia, Rotterdam, Marsiglia, Lisbona, Atene e Istanbul. Affronta così il rapporto tra commercio globale, trasformazioni del paesaggio urbano e le relazioni tra attività umane, turismo e ambiente.
“Con “Harbor” – dice Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo – continua il lavoro delle Gallerie d’Italia dedicato all’Europa. Il progetto completa, anche nella continuità dell’allestimento, “Wandering Europe” di Luca Campigotto, ampliando la riflessione sui temi del nostro tempo.”
In “Harbor”, il porto è molto più di un’infrastruttura: è un paesaggio in continua trasformazione, in cui si rendono visibili le conseguenze della globalizzazione e le tensioni tra sviluppo economico, innovazione tecnologica e memoria dei luoghi.
“Questo lavoro – racconta l’artista che ha una formazione in architettura e design ambientale – potrebbe andare avanti per sempre. Intreccia due temi: da una parte i porti come luoghi pratici dell’industria e del commercio in un mondo globalizzato; dall’altra la mia sensibilità che si mescola alla visione romantica per cui i porti sono un approdo per persone di ogni tipo, turisti, chi abita, chi lavora e chi visita. Trasmettono una bellezza innegabile e quasi mitologica, accolgono e sono sinonimo di speranza”.
Nella prima sala dopo il corridoio condiviso con Campigotto, terminal, gru, container, magazzini e macchinari compongono scenari in cui la presenza umana è solo suggerita.
Sotto, nella manica lunga lo sguardo si sposta sulle persone che attraversano gli spazi. Nei cantieri navali compaiono gli operai che permettono al porto di funzionare mentre i passeggeri delle navi da crociera mostrano il volto mordi e fuggi del turismo. Dietro restano le storie di lavoro precario, migrazioni e trasformazioni sociali.
Grandi wallpaper mostrano il porto come soglia, punto di incontro fra passato, presente e futuro, cerniera fra apertura e chiusura.
La dimensione ambientale emerge all’interno di una riflessione più ampia sulle trasformazioni che investono i territori e i modi con cui le società contemporanee li abitano.
Il lavoro di Samoylova è di fotografia documentaria con un linguaggio personale, rigoroso e poetico. Le immagini nascono da un’osservazione attenta e prolungata della realtà: riflessi, vetrate e sovrapposizioni mettono in relazione elementi diversi, facendo convivere più livelli di lettura nella stessa inquadratura. La fotografia diventa uno strumento per interrogare il paesaggio, più che per descriverlo; e per cogliere il tempo che si stratifica, invitando a soffermarsi sui dettagli e a riconsiderare ciò che si crede di conoscere cercando lo straordinario nell’ordinario.
“La fotografa – commenta la curatrice – ha un occhio architettonico attento a estrapolare elementi diversi per creare una cornice fotografica reale: la sua è una “fotografia osservatrice”, nulla è ritoccato digitalmente ma riflessi, vetri e superfici trasparenti ci restituiscono la saturazione visiva che viviamo normalmente”.
Due i riferimenti della storia della fotografia: Germaine Krull, pioniera di uno sguardo moderno sul paesaggio industriale capace di rendere poetici grovigli di acciaio; e Luigi Ghirri, che ha trasformato l’osservazione dei luoghi quotidiani in una riflessione sul rapporto tra immagine e realtà, quasi una meditazione.
Attraverso uno sguardo attento ai dettagli e alle contraddizioni, Samoylova invita a ripensare il rapporto con il mare e con le città, al di là di una visione funzionale o spettacolare.
Una proiezione realizzata apposta per la mostra mette in dialogo le fotografie di Samoylova con una musica originale di Clive Chang, compositore, pianista e presidente di YoungArts, organizzazione non profit che individua e sostiene giovani artisti in tutti gli Stati Uniti. Ispirandosi agli scatti, Chang ha composto una partitura per pianoforte, archi, ottoni e percussioni, creando un dialogo sonoro che riecheggia alcune delle tensioni al centro di “Harbor”: l’interazione tra acqua e metallo, immobilità e movimento, arrivo e partenza senza mai replicare i suoni ambientali. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Allemandi e da un ricco public program.


