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India del Nord giorno 17: da Leh a Delhi, un’altra India

Delhi

India del Nord giorno 17: da Leh a Delhi, un’altra India

Lasciare l’Himalaya in aereo è accarezzare le nuvole mentre le cime innevate fanno il solletico ai piedi.

Lasciare l’Himalaya in aereo è percepire tutta la potenza di questo grande deposito di neve che sembra infinito.

Lasciare l’Himalaya in aereo è uno strappo, una parte di cuore sta bene qui.

Volo da Leh a Delhi, un’ora e mezza che mi catapultano in un altro mondo. Il cielo azzurro, limpido, pungente, dove si respira vuoto diventa grigio, denso di polveri e attaccaticcio, i 37°C percepiti fanno appiccicare i vestiti e i pensieri. Qui si respira pieno, strapieno. Tutto è intenso di vita e rumori e colori, saturo. Come diceva Jagdish “In India everything is lot of “. Boccheggio, proprio come 2 settimane fa.

Domani ho il volo per l’Italia via Istanbul alle 6 del mattino quindi l’albergo è vicino all’aeroporto.

La città brulica di traffico con ogni mezzo: auto, moto, rikshaw, bici, carretti. E clacson e polvere.

L’albergo è di quelli lussuosi. Una delle tante mie contraddizioni in India: gli alberghi bellissimi costano poco di più di quelli medi e ogni tanto finisco in posti così e mi sento in colpa, perché il contrasto con la vita fuori è ancora più forte. Arriva un succo di frutta da un cameriere in livrea mentre le ragazze in sari prendono il passaporto, ci sono negozi e ristoranti. Poi esci e c’è l’India, quel ribollire senza sosta di umanità, animali, vita.

Eppure di queste strutture ogni tanto ho bisogno. Proprio come quando a Mumbai scappavo al cinema o a Bhubaneshwar mi rifugiavo nei mall, che odio ovunque in Europa ma che a volte, in India, mi fanno sentire a casa perché mi permettono di guardare tutto attraverso un filtro. Quando l’India è “too much” e fa troppo male mi riparo codardamente in un posto così.

Oggi la mia fuga è Fabindia, una catena che vende quel che ci piace dell’India: stoffe, abbigliamento, decorazioni per la casa. Qui c’è l’India delle sete, dei cotoni leggerissimi e delle fantasie bellissime, dei tessuti rossi o blu naturali fatti in piccole comunità rurali con antiche tecniche, l’India delle cose belle, mai “popoli e paesi”. Sarà come un premio, un regalo pre-partenza. Comprerò un pezzo o due perché viaggio con bagaglio a mano, massimo 8 chili consentiti, e perché ho già molto più di quello che posso usare nella vita.

Che fortuna. C’è un Fabindia a mezzora a piedi dall’hotel. Non ci penso troppo e parto. La strada però è una superstrada a 4 corsie per lato, senza marciapiede o con pezzi malconci, irregolari, rami che spuntano, piastrelle che mancano, pozzanghere, mucche che riposano, cani che abbaiano, topi che corrono veloci, odori cattivi, attraversamenti pericolosi perché senza semafori.

Contrappasso: per arrivare alla finta India devo attraversare quella vera, quella che è facile guardare dai mezzi e difficile da respirare.

Nessuno cammina qui. Nessuno arriva a piedi al mall che è un tempio del lusso vero: marchi occidentali ma soprattutto abiti da matrimonio che costano una fortuna, sari tempestate di luccichii, gioielli preziosi e vistosi, abiti da uomo anche loro luccicosissimi. All’interno del mall c’è Fabindia, l’India da portare a casa, quella per farsi dire “bello questo”, “Sì l’ho preso in India” esibendo un trofeo. Senza meriti.