Se il panda è in posa a teatro: foto per riflettere sulla natura
Tutto è connesso: elementi naturali, piante, animali ed esseri umani. È una danza circolare piena di forza, bellezza e mistero che poggia su equilibri sottili.
Da domani al 29 luglio il MAcA – Environmental Museum, in corso Umbria 90, presenta “Impronte. Fotografie di James Balog”, mostra dedicata al lavoro di uno dei più autorevoli fotografi ambientali e interpreti della crisi ecologica. Curata da Silvana Dalmazzone e Monica Poggi, presenta immagini, installazioni e film che restituiscono la complessità del rapporto tra attività umana e sistemi naturali fra ricerca scientifica, cura estetica e attivismo.
“Balog – racconta Poggi – è nato in una zona di forte estrazione mineraria in Pennsylvania ed è cresciuto fra paesaggi rigogliosi e intensa azione umana che crea macerie e scarti”. Da qui il suo interesse per il fotogiornalismo naturalistico dopo gli studi in geografia e geomorfologia.
Prima di entrare leggiamo: “Non esiste alcun confine, né alcuna zona di contatto, che separi gli esseri umani dalla natura. Non esiste un’opposizione fra “esseri umani” e “natura”ma solo uno stato unificato dell’essere. Nel danneggiare la natura, danneggiamo noi stessi. Nel proteggere la natura, proteggiamo noi stessi”. A fianco una tenda con una foto di un elefante velato che attraversiamo come una soglia per entrare nel cuore del MAcA, il primo museo europeo dedicato al tematiche ambientali, nato nel 2004, oggi diretto da Rossella Lucco Navei.
Uno dei lavori più importanti di Balog, in bilico fra scienza e arte, è l’”Extreme Ice Survey”, avviato nel 2007 e considerato il più ampio studio fotografico sui ghiacciai mai realizzato da terra. Realizzato tramite fotocamere in aree remote, documenta nel tempo l’evoluzione dei più importanti ghiacciai del mondo. Parte da qui il percorso espositivo con immagini e sequenze in time-lapse dedicate alla criosfera, l’insieme delle masse di ghiaccio e neve presenti sul pianeta fra plasticità e fragilità.
Si prosegue con “Survivors”, serie che si discosta dai codici della fotografia naturalistica tradizionale. Animali e piante a rischio estinzione sono isolati dal loro contesto e ritratti su sfondi neutri, secondo le modalità della ritrattistica in studio. Questa scelta formale produce uno slittamento percettivo con effetto straniante: i soggetti naturali assumono una dimensione individuale, diventando presenze riconoscibili.
Continua Poggi: “Portare in teatro specie che non esistono più in natura crea un incontro 1 a 1 fra chi guarda e il soggetto. Il desiderio di Balog è rendere ogni essere vivente importante per l’ecosistema”. E lo è: stiamo lì interpellati da un panda, un lupo o pellicano bruno.
Negli spazi esterni del museo ecco una selezione da “The Human Element”, sintesi della ricerca del fotografo. Al centro l’idea dell’umanità come “quinto elemento”, in relazione dinamica con terra, acqua, aria e fuoco. Qui trovano spazio foto di disastri ambientali dove l’acqua è protagonista. Nelle immagini ci sono spesso bambini per sottolineare l’urgenza di occuparsi ora dell’ambiente: i paesaggi in cui sono immersi, quando saranno adulti potrebbero non esistere più.
Con il ghiaccio si apre la mostra, con l’acqua si chiude in una circolarità in cui tutto è connesso.
Su La Stampa del 24 aprile 2026



