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Occhiali multifocali: una lezione sul percepire

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Occhiali multifocali: una lezione sul percepire

Presbiopia e altri difetti

Come tutti e tutto, invecchio.

E alcune parti di me iniziano a funzionare meno bene, a lasciare qualche pezzo, a sbiadire. Tanto alla fine del viaggio e all’inizio del prossimo non serviranno.

Ho sempre adorato gli occhiali perché, come un bel taglio di capelli o un orecchino o un neo, dicono qualcosa di noi. Ogni estate tornando dalle vacanze c’era qualche compagna o compagno di scuola in più con gli occhiali. Il tempo passato a cercare gli spiriti aspro o dolce sulle lettere greche diminuiva le diottrie ma io continuavo a vederci 10 decimi.

Un po’ dopo i 40 è arrivata la presbiopia, quindi gli occhiali per leggere da vicino ma da lontano continuavo a vederci 10 decimi. C’era anche un po’ di astigmatismo e di ipermetropia ma tutto si compensava e alla fine vedevo abbastanza bene. Negli anni i difetti sono aumentati e da poco tempo mi sembra di vederci male, da vicino, da lontano. Così ho prenotato una visita oculistica in ospedale.

I multifocali

La gentile oculista mi ha fatto una bella visita accurata e mi ha prescritto degli occhiali multifocali ai quali, secondo lei, mi sarei abituata in fretta perché il cervello, come sappiamo, è plastico. Felicissima! Finalmente gli occhiali! Sono andata dall’ottico, ho scelto una montatura wow et voilà eccomi con i multifocali. Tutto un problema: non solo fare le scale come mi avevano detto “muovi il collo e non gli occhi”. Ma come? Sono una danzatrice di danza classica Odissi, mi alleno a muovere gli occhi (anche il collo ma separando le parti) e improvvisamente sento tutto il peso della testa; gli oggetti non mi appaiono nella loro reale distanza ma mi sembrano tutti vicini, posso sfiorarli alzando un braccio mentre invece sono a metri di distanza; mi sento altissima e bassissima; mi perdo nella lente a cercare la zona giusta per vedere e mi viene la nausea.

La persona al centro

Dopo un po’ di tentativi sono tornata ai vecchi office per il computer e da lontano nulla per ora. Per cui se vi incontro per strada e non vi saluto non è scortesia ma un mix di astigmatismo-ipermetropia-presbiopia.

Ho capito che la correzione dei difetti funziona su un piano tecnico ma non nella mia realtà. Dal punto di vista medico è perfetta ma da quello della percezione no. Vedere bene è importante ma percepire è qualcosa di più complesso che coinvolge gli altri sensi, la pelle, l’equilibrio, la propriocezione, le antenne sottili. Ce lo dice la danza, lo yoga, lo sport. Ho capito che il mio universo percettivo si è sentito costretto a indossare uno scafandro pesantissimo e si è ribellato.

Nel mio mondo ideale, prima di prescrivere un tipo di occhiale bisognerebbe capire che tipo di persona si ha davanti, che familiarità ha col sentire, con l’intuire, col corpo che si ascolta, che allenamento ha alle energie sottili, che sensibilità, che neurodivergenze (ADHD nel mio caso).

Per fortuna l’ottico ha capito. A breve dovrebbe sostituire i multifocali con un occhiale office e uno da usare al cinema o a teatro, forse per strada.

Nel mio mondo ideale bisognerebbe mettere al centro la persona, non la funzione. Ognuna è unica. Ognuno è unico. Siamo mondi di unicità. Preziosi.

E voi, di che occhiali siete?

 

ps: questa è solo la mia storia, non è un invito a usare o non usare gli occhiali ma solo ad ascoltarsi e scegliere in base a come si è e non a cosa funziona

 

 

Foto di Bartosz Sujkowski su Unsplash